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Non siamo avvezzi a raccontarci o declamare il nostro operato perché crediamo che descrivere il nostro modus operandi, le nostre “opere”, le nostre idee, sia molto più difficile (almeno per noi) del progetto stesso. Accade spesso che le parole in architettura aggiungano degli inutili orpelli o artifici all’idea; all’idea di progetto, che essenzialmente è l’espressione istintiva, immediata del connubio che nasce tra il progettista e il luogo, tra il progettista e il tempo, tra il progettista e lo spazio. Sono questi, assieme all’uomo e alle sue esigenze, gli elementi che entrano in ogni nostro progetto, come una fusione istantanea tra valori e consistenze, dove la poetica del progetto si unisce alle preesistenze dei tempi e delle funzioni, un po’ come l’amore che ti contagia e rende sensuale e unica ogni sua espressione.
Del nostro lavoro  ci piace molto la dimensione di sfida che ci spinge a cercare sempre un’alta qualità anche laddove la realtà economica e produttiva suggerirebbe facili scorciatoie puramente formali. Grande è la soddisfazione che deriva da un buon risultato eseguito con economia di mezzi; ridurre all’essenziale senza isterilire spesso aumenta poesia ed eloquenza. Queste sono le qualità che ci spingono a guardare e riguardare un progetto più volte, e successivamente l’opera realizzata ogni volta che ci avviciniamo e la riscopriamo.
Un’opera funziona e appaga quando il benessere emotivo che induce non diminuisce nel tempo, neanche il degrado e l’usura riescono ad intaccarlo. Se l’architettura è degna di essere chiamata tale, spesso la corrosione e la contaminazione ne arricchiscono l’espressione.
Ci attraggono molto anche gli aspetti minori e nascosti delle cose, quelli che passano in punta di piedi, quelli sfumati ed evanescenti in continuo divenire, quelli che ogni giorno, ogni ora ci appartengono e fanno si che i nostri sentimenti e il nostro cuore si ritrovi a “casa”.



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